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Riflessioni

Watermelon Effect: KPI verdi, utenti insoddisfatti.

C’è una scena che, se lavori nella gestione di un servizio, prima o poi ti capita di vivere.

È fine mese. Riunione di allineamento con il cliente, con il management o con altri stakeholder. Le slide scorrono una dopo l’altra, i grafici sono ordinati, gli indicatori sembrano sorridere.

SLA rispettati.
Tempi di risposta in linea.
Backlog sotto controllo.
Trend apparentemente positivi.
Percentuali verdi quasi ovunque.

Sulla carta, il servizio sembra funzionare.

Poi, a un certo punto, qualcuno si aggiusta sulla sedia, sospira e fa la domanda che cambia completamente il tono della riunione:

“Se va tutto così bene, perché gli utenti continuano a lamentarsi?”

In quella domanda c’è tutto il senso del Watermelon Effect, l’effetto anguria: verde fuori, rosso dentro.

All’esterno tutto appare positivo. I report sono verdi, i numeri sembrano corretti, gli SLA risultano rispettati. Ma sotto quella superficie ordinata si nasconde una realtà diversa: utenti insoddisfatti, operatori sotto pressione, clienti irritati, segnalazioni formalmente chiuse ma non percepite come realmente risolte.

Il paradosso è che spesso nessuno sta mentendo.

I numeri possono essere veri.
I report possono essere corretti.
Le metriche possono essere state calcolate nel modo giusto.

Eppure qualcosa non torna.

Perché il problema non è sempre il dato in sé. Il problema è pensare che quel dato basti a raccontare tutto il servizio.

Quando i numeri sorridono, ma il cliente no.

Mi è capitato più volte di arrivare a una riunione con la sensazione di avere tutto sotto controllo.

Gli indicatori erano positivi. Le soglie erano rispettate. Il report era pronto. Dal punto di vista oggettivo, avevamo elementi solidi per dire che il servizio stava funzionando.

Poi, però, la realtà della riunione prendeva una direzione diversa.

Se iniziavo presentando il report, il cliente poteva interrompere bruscamente per elencare tutto ciò che, secondo lui, non stava andando bene. Se invece era il cliente ad aprire la discussione, la presentazione perdeva immediatamente efficacia e doveva essere riadattata in corsa.

Perché non puoi dire a un cliente che va tutto bene quando, per lui, non è così.

È in questi momenti che si percepisce chiaramente il disallineamento tra risultati misurati in modo oggettivo e risultati percepiti in modo soggettivo.

Da una parte ci sono i dati.
Dall’altra c’è il valore percepito.

Il team leader, in quel momento, si trova in una posizione delicata. Non può rinnegare i numeri, perché i numeri raccontano comunque una parte della verità. Ma non può nemmeno usarli come scudo per smentire il disagio del cliente o degli utenti.

La tentazione più naturale è sentirsi attaccati.

Hai lavorato, hai rispettato gli obiettivi, hai portato risultati misurabili. Poi qualcuno ti dice, direttamente o indirettamente, che tutto questo non basta.

L’esperienza e il sangue freddo fanno la differenza.

Un buon responsabile deve difendere il lavoro del team senza negare la percezione degli utenti. Deve riconoscere il valore dei dati, ma anche aprire uno spazio di confronto. Deve chiedere esempi, situazioni specifiche, episodi concreti in cui il servizio non è stato percepito come adeguato.

Perché spesso, quando i dati sono positivi e le percezioni negative, non siamo davanti a una contraddizione.

Siamo davanti a due punti di vista differenti della stessa realtà.

Che cos’è davvero il Watermelon Effect.

Il Watermelon Effect nasce quando un servizio appare sano nei report, ma viene vissuto male da chi lo utilizza.

Anche HappySignals descrive il Watermelon Effect come una situazione in cui le metriche IT sembrano raggiungere gli obiettivi, mentre sotto la superficie restano insoddisfazione e frustrazione verso il servizio.

Fuori è verde. Dentro è rosso.

Il verde è fatto di SLA rispettati, KPI in linea e percentuali che danno sicurezza. Il rosso è fatto di frustrazione, lamentele ricorrenti, distanza tra ciò che l’organizzazione dichiara e ciò che le persone sperimentano. A volte nasce da una relazione debole con gli utenti, altre da una comunicazione poco efficace.

Questo effetto è subdolo perché non nasce necessariamente da dati falsi.

Nasce da dati incompleti.

Un tempo medio di risposta può essere ottimo, ma non dire nulla sulla qualità della risposta. Un ticket può essere chiuso nei tempi previsti, ma lasciare l’utente con la sensazione di non essere stato davvero seguito. Un backlog può essere sotto controllo, mentre cresce comunque la sfiducia verso il servizio.

Il Watermelon Effect si manifesta proprio lì: nello spazio tra ciò che misuriamo e ciò che le persone vivono.

Per questo è pericoloso.

Se non viene riconosciuto in tempo, porta l’organizzazione a difendere il report invece di ascoltare il servizio. I manager si concentrano sul verde. Gli utenti continuano a percepire il rosso. I team operativi rimangono in mezzo, spesso costretti a spiegare una realtà che i numeri non riescono più a rappresentare del tutto.

E a un certo punto la fiducia si rompe.

Perché i KPI non bastano a raccontare il servizio.

Il punto non è smettere di misurare.

Sarebbe un errore enorme.

Monitorare le performance è fondamentale nella gestione di un servizio. Senza indicatori, senza dati e senza una lettura continua di ciò che accade, si finisce per guidare alla cieca.

Le metriche servono a capire lo stato attuale di un servizio, individuare inefficienze, misurare gli effetti dei cambiamenti, prendere decisioni con meno incertezza.

Nel service desk, ad esempio, alcuni indicatori sono indispensabili: tempo di presa in carico, tempo di prima risposta, tempo di risoluzione, numero di ticket aperti e chiusi, backlog, tasso di risoluzione al primo livello, rispetto degli SLA.

Sono dati utili.

Senza questi numeri sarebbe molto difficile capire se il servizio è sostenibile, se il carico è gestibile, se il team è dimensionato correttamente o se i processi operativi stanno creando colli di bottiglia.

Il monitoraggio delle performance permette anche di valutare se le azioni di miglioramento producono effetti reali.

Se introduci una modifica nel processo di presa in carico, devi poter capire se i tempi migliorano. Se lavori sulla knowledge base, devi poter verificare se aumenta la risoluzione al primo livello. Se cambi la distribuzione delle attività, devi capire se il backlog diminuisce o se si sposta semplicemente altrove.

I KPI, quindi, non sono il nemico.

Il problema nasce quando diventano l’unico linguaggio ammesso.

Una metrica nasce per aiutare a leggere la realtà. Diventa pericolosa quando inizia a sostituirla.

È lì che il report diventa più importante del servizio e il dato verde diventa più importante della percezione dell’utente.
È lì che il management inizia a chiedere “perché il numero è rosso?” invece di chiedere “che cosa sta succedendo davvero?”.

Il Watermelon Effect nasce proprio da questa confusione: scambiare la misurazione del servizio per il valore del servizio stesso.

La voce degli utenti è parte del dato

Per uscire dal Watermelon Effect bisogna riportare nella conversazione la voce delle persone.

Utenti, advisor, coordinatori, clienti, stakeholder.

Non basta sapere quanto tempo impieghiamo a rispondere. Dobbiamo capire come quella risposta viene percepita. Non basta sapere quanti ticket chiudiamo. Dobbiamo capire se l’utente considera davvero chiusa la sua esigenza. Non basta sapere se abbiamo rispettato il contratto. Dobbiamo capire se stiamo ancora generando fiducia.

Questo richiede feedback.

Survey post-ticket, interviste a campione, momenti di confronto, analisi qualitative, revisione delle comunicazioni, ascolto degli advisor che vedono ogni giorno cosa accade sul campo.

Naturalmente, anche i feedback vanno interpretati con attenzione.

Non ogni percezione è automaticamente una verità assoluta. Un utente può essere influenzato da aspettative irrealistiche, da esperienze precedenti, da frustrazione personale o da una conoscenza parziale del contesto.

Per questo non bisogna sostituire i KPI con impressioni soggettive.

Bisogna integrarli.

Un’eccessiva dipendenza dai dati oggettivi genera freddezza e distacco. Un’eccessiva dipendenza dai feedback può generare instabilità e valutazioni poco equilibrate.

Il governo maturo di un servizio sta nel far dialogare queste due fonti.

Il numero e la percezione.
Il contratto e l’esperienza.
L’efficienza e la fiducia.

Per questo, quando parliamo di qualità del servizio, dovremmo iniziare a distinguere meglio tra SLA e XLA.

Gli SLA raccontano se stiamo rispettando le condizioni concordate. Gli XLA provano a raccontare come quell’esperienza viene vissuta dagli utenti.

Non sono in alternativa.

Sono due prospettive diverse che dovrebbero aiutarsi a vicenda.

Il rosso non è un fallimento, è un segnale.

Uno dei motivi per cui il Watermelon Effect si radica è la paura del rosso.

In molte organizzazioni il rosso viene interpretato come fallimento, colpa, inefficienza, cattiva gestione. Di conseguenza, tutti cercano di evitarlo.

Il problema è che il rosso non è necessariamente un fallimento.

Spesso è un segnale.

Indica dove guardare, dove approfondire, dove migliorare. Un report senza rosso non è sempre il segno di un servizio perfetto. A volte è il segno di un sistema che non sta misurando le cose giuste, o che ha imparato a nascondere la complessità sotto la superficie dei numeri.

Un servizio maturo non teme il rosso.

Lo usa come bussola.

Un report negativo, una lamentela ricorrente, un feedback scomodo o una metrica fuori soglia possono diventare driver di miglioramento molto potenti, se vengono letti nel modo giusto.

Il punto non è mostrare problemi per il gusto di farlo.

Il punto è dimostrare di averli visti, capiti e presi in carico.

Un top manager con cui ho collaborato una volta mi disse una frase che mi è rimasta impressa:

A me non interessa se ci sono problemi. Mi interessa che tu ne sia cosciente, che tu ne abbia il controllo, che mi dica come intendi risolverli e in che tempi.

Credo che sia una delle sintesi migliori di come dovremmo leggere i report negativi.

Il problema non è avere del rosso.

Il problema è non sapere perché c’è, non saperlo spiegare e non avere un piano per trasformarlo in miglioramento.

Il verde autentico nasce dall’allineamento.

Alla fine, il punto non è avere report sempre verdi.

Il punto è fare in modo che quel verde sia autentico.

Un verde autentico esiste quando gli indicatori quantitativi e quelli qualitativi raccontano una storia coerente. Quando il servizio è efficiente e gli utenti lo percepiscono come utile. Quando gli SLA sono rispettati, ma anche la relazione resta sana. Quando i numeri non vengono usati per chiudere la conversazione, ma per aprirne una più intelligente.

Un cliente che vede solo verde, ma continua a vivere disagio, prima o poi smette di credere ai report.

Un team che non può raccontare le difficoltà smette di sentirsi parte del progetto.

Un manager che non riceve segnali d’allarme smette di avere davvero il controllo.

La trasparenza, in questo senso, non indebolisce il servizio. Lo rende più credibile.

Dire “qui stiamo sbagliando” non significa esporsi inutilmente. Significa dimostrare di aver visto il problema, di averlo capito e di avere una direzione per affrontarlo.

Il Watermelon Effect non ci dice che i KPI sono inutili.

Ci dice che sono insufficienti, se restano soli.

Un servizio non può essere governato solo attraverso sensazioni. Servono dati, soglie, trend, indicatori, misurazioni e report. Ma non può nemmeno essere ridotto a una dashboard.

La vera sfida non è scegliere tra numeri e percezioni.

È imparare a leggerli insieme.

Perché i numeri possono dire che tutto è a posto, ma se le persone non ci credono più, il servizio è già compromesso.

Forse il compito più importante di chi gestisce un servizio è proprio questo: far coincidere ciò che viene mostrato nei report con ciò che accade davvero nell’esperienza delle persone.

Quando il verde del report e la percezione degli utenti raccontano la stessa storia, allora possiamo parlare di un servizio sano.

Perché il verde autentico non nasce da un grafico.

Nasce dalla fiducia che il servizio riesce a costruire ogni giorno, anche quando qualcosa va storto.